Irregolarità nell’attestazione delle presenze: dipendente licenziato legittimamente
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa di un dipendente che aveva falsificato le proprie presenze, registrate tramite i tornelli aziendali. La Suprema Corte ha chiarito che i dati sull’accesso e la presenza dei lavoratori, (raccolti in conformità all’articolo 4 della Legge n. 300/1970), possono essere utilizzati dal datore di lavoro anche per fini disciplinari. L’utilizzabilità in giudizio di tali rilevazioni, utile anche a provare l’allontanamento fraudolento, è subordinata esclusivamente al fatto che l’azienda abbia fornito al dipendente un’adeguata informazione preventiva sulle modalità di controllo e che abbia pienamente rispettato la normativa sulla privacy. Di conseguenza, la pronuncia evidenzia come la trasparenza e la corretta adozione di policy interne e informative sul trattamento dei dati rappresentino i presupposti fondamentali per garantire alle aziende la validità legale di tali controlli.
(Corte di Cassazione, ordinanza n. 7985/2026)
Sottrae clienti al datore di lavoro prima delle dimissioni: dipendente condannato al risarcimento
Il lavoratore dipendente ha l’obbligo di rimanere fedele al proprio datore di lavoro almeno fino all’ultimo istante del rapporto (salvo specifici patti ulteriori). La Suprema Corte, nel caso in esame, ha confermato una condanna da oltre 15 mila euro nei confronti di un medico dipendente che, sfruttando le conoscenze commerciali acquisite durante le proprie mansioni, aveva indirizzato i pazienti in cura verso la nuova clinica in cui si sarebbe trasferito. Secondo i giudici sono stati gravemente pregiudicati gli interessi del datore, anche in vista di imminenti dimissioni. Tale condotta colpevole, legata alla violazione dell’articolo 2105 del Codice Civile, si configura indipendentemente dalla sussistenza di una concorrenza sleale – vincolo invece necessario per i collaboratori autonomi – e non viene meno neppure in caso di ritardi nel pagamento della retribuzione.
(Corte di Cassazione, ordinanza n. 116300 /2026)
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